Rischi e opportunità della fruizione di serie tv come Squid Game (serie 1)…
Oggi più che mai i nostri adolescenti hanno la possibilità di essere spettatori di una vastissima proposta di intrattenimento, specialmente potendo accedere alla rete internet e a qualsiasi piattaforma che permetta la fruizione in streaming di film, serie tv, documentari, anime, ecc…
Questo, per quanto porti con sé ricchezza di stimoli e possibilità di crescita che solo qualche anno fa non erano nemmeno a portata di un target di utenza adulta, attualmente genera anche preoccupazioni e interrogativi che sarebbe bene porsi quantomeno per limitare possibili esiti negativi o condizionamenti spiacevoli a discapito di giovani spettatori come adolescenti in una fase così delicata e complessa della loro crescita.
Volendo prendere ad esempio la serie tv sud coreana “Squid Game” (distribuita dalla piattaforma streaming Netflix) per il gran parlare che ha suscitato nei primi mesi dalla sua uscita, ci sono alcune considerazioni che mi piacerebbe proporre…
La violenza cruda di alcune scene di questo programma, ad esempio, ha costituito il nodo principale di discussione in merito all’adeguatezza dello stesso, proposto ad un pubblico minorenne; considerando come questa serie sia stata divulgata vietata ai minori di 14 anni poiché i contenuti presenti potrebbero turbare con intensità variabile sia breve che a lungo termine persone minori di quell’età, vediamo emergere due questioni principali:
- L’effettiva mancanza di un sistema che impedisca in modo certo la fruizione di questi programmi ad alcune fasce di pubblico, poiché anche i vari “Parental Control” paiono aggirabili e scarsamente efficaci davanti alla determinazione di adolescenti digitali spesso più competenti in materia tecnologica dei loro stessi genitori.
- Una definizione univoca dei messaggi ritenuti pericolosi o nocivi, insomma di quelli che realmente espongono i nostri ragazzi a possibili traumi e rischi di compromissione di un salutare percorso di crescita.
La violenza, strano a dirsi, non pare il punto nodale qui e oggi.
Per quanto sia importante tutelare il più possibile gli adolescenti dall’esposizione televisiva e in rete ad atti di violenza verbale, fisica o di altra forma, è altresì vero che ne siamo tutti costantemente bombardati e risulta impossibile schivarla poiché moltissimi altri programmi, anche non vietati ai minori di 14 anni, portano con sé violenza e scene impattanti largamente assimilabili alla serie tv in esame, quindi, più che migliori parental control servirebbe forse una più utopistica riforma sociale e dei messaggi di cui la società si fa promotrice.
Volendo comunque vedere il proverbiale “bicchiere mezzo pieno”, una nota positiva contestuale potrebbe essere la capacità maturata dalla maggior parte degli adolescenti di oggi di distaccarsi da ciò che si vede e percepisce come distante dalla propria quotidianità, quindi esperito come finzione del programma.
Fortunatamente la grande maggioranza dei nostri giovani Italiani non ha mai visto un’arma da fuoco vera o ha assistito a sparatorie e omicidi a sangue freddo, quindi, ogni scena che comprenda tale forma di violenza sarà con tutta probabilità vissuta con distacco e come elemento di finzione utile corollario alla storia.
Superato questo primo gradino della nostra riflessione sulla serie, possiamo quindi passare agli altri contenuti che potrebbero invece colpire e segnare in modo più sottile e profondo un adolescente poiché rappresentano aspetti e tematiche maggiormente attive e presenti nella propria quotidianità.
Inizierei prendendo ad esempio il tema dell’Errore o degli sbagli:
Nella serie “Squid Game”, ogni singolo protagonista comincia la sua discesa verso la disperazione per un errore.
Una scelta sbagliata mette in difficoltà i personaggi che, reagendo tutti a modo proprio, provano a “porvi una toppa” commettendo un altro errore e passando da una scelta quanto meno poco funzionale alla risoluzione del proprio problema alla successiva, sempre meno funzionale e così via, accumulando vissuti di fallimento e inadeguatezza che li portano all’isolamento, a cattive compagnie e a compiere la scelta estrema di giocarsi la vita allo Squid Game con la speranza molto remota di un riscatto personale quanto sociale.
Pensiamo a quanto può risuonare questa tematica in un ragazzo che, ad esempio, è stato etichettato come “testa calda” per aver reagito in modo eccessivo a qualche evento in famiglia e magari poi, per paura di essere giudicato o per timore di essere frainteso, ha iniziato a tenere nascosti avvenimenti della sua giornata a genitori e fratelli, accumulando non detti e distanza fra sé e le persone care, fino ad arrivare a percepirsi sempre più fuori posto e a disagio nel proprio nucleo familiare.
Oppure potremmo considerare i ragazzi che incontrano difficoltà nel percorso scolastico e che, partendo da una lacuna in alcune materie, mettono insieme una serie di insuccessi a scuola che portano con sé senso di inadeguatezza e fallimento tali che, se non affrontati adeguatamente, possono spingere ad abbandoni scolastici o comunque ad una svalutazione della propria persona e ad una “ricalibratura” al ribasso dei propri progetti futuri di vita e di lavoro.
In Squid Game non c’è un personaggio che sia riuscito a interrompere la spirale discendente prima di aver toccato il fondo ed essersi autodistrutto, nessuno che sia riuscito a reagire in modo costruttivo trovando soluzioni personali efficaci e socialmente accettabili ai propri drammi.
Ecco, questo elemento mi preoccupa; la vita è piena di inciampi e sofferenze ma c’è anche chi riesce a interrompere la “scia negativa” e seppur con fatica, a vivere bene il presente e vedere la speranza per un domani migliore.
Riflettendo su questa tematica, credo sarebbe importante accompagnare un adolescente che ha visto Squid Game nell’ampliare la visione rispetto all’inevitabilità degli errori e delle conseguenze di scelte “sbagliate” accostata però anche a ciò che li non compare e cioè che si può fermare la discesa prima dell’autodistruzione e che c’è modo, se non di riparare, quantomeno di rimediare ai propri errori… cosa che nello squarcio prospettico di questa serie televisiva non viene mostrato.
Un altro tema che emerge con forza e ritengo sia molto presente nella quotidianità dei nostri adolescenti è quello della Relazione fra il Singolo individuo e il Gruppo:
Nella serie tv in esame ci sono persone che cercano di sfruttare il gruppo per i propri scopi, persone che cercano di guidare il gruppo, persone che provano a umanizzare il gruppo facendo appello alle individualità e persone che fanno gruppo scomparendo senza emergere se non magari provando a consegnare un personale lascito poco prima di morire.
Poi ci sono le dinamiche di cambio gruppo, di cambio regole cui attenersi per farne parte e ciò che comportano questi cambiamenti per ognuno dei singoli individui che scelgono più o meno consapevolmente di aggregarsi.
Di quanti gruppi fanno parte i nostri adolescenti? Scuola, famiglia, sport, luoghi di aggregazione, ecc…; Quanto mostrano di sé e come si percepiscono nei differenti gruppi?
Perché spesso la sensazione potrebbe essere quella di mostrare lati differenti di sé stessi a seconda del contesto e degli interlocutori, cosa fisiologica ma che sarebbe arricchente e costruttiva se gestita con il maggior autoascolto possibile.
Cosa o quanto posso concedermi di mostrare di me? Cosa posso o voglio ottenere? Cosa desidero e di cosa ho paura? Cosa cerco? A cosa aspiro? ecc…
Sono tutte domande che ognuno di noi e ancor più un adolescente si pone, e che guidano le scelte di aggregazione o meno… pensiamo a quanto possa essere rischioso darsi delle risposte senza ascoltarsi pienamente!
In sostanza, la scelta del gruppo entro cui passare più tempo potrebbe determinare in larga parte quale aspetto di chi si è verrà coltivato maggiormente nel tempo.
Questa riflessione fatta accompagnando i ragazzi nella lettura di Squid Game potrebbe rivelarsi ricca di spunti positivi per acquisire consapevolezza verso chi si è e in quale direzione si vorrebbe procedere nella propria crescita prendendo in esame la frequentazione di alcuni gruppi piuttosto che altri.
Ulteriore tema strettamente connesso a quanto appena visto è quello della Fiducia:
In Squid Game la fiducia è una merce rara e spesso mal riposta.
Per dirla meglio, tutti i personaggi sono spinti dalle contingenze ad affidarsi ad altri per aumentare le proprie possibilità di sopravvivenza, cosa che però a conti fatti è ben diversa dalla fiducia che si ripone in qualcuno.
Lo stringere patti e alleanze prevede uno scambio quasi commerciale di “valori” che però ha poco a che vedere con ciò che rappresenta la fiducia nella nostra società e cioè un qualcosa che chiama in causa una stima gratuita e rispettosa verso qualcuno e i pochi personaggi della serie che la interpretano in questo modo vengono biecamente traditi e delusi subendo un triste esito.
Parlando con diversi adolescenti nel mio studio questo tema ricorre spessissimo, la fiducia è veramente merce rara e il rischio di astenersi dal concederla limitando così il ventaglio di ricchezza relazionale che potrebbe portare con sé, oppure di rimanerne “scottati” per esperienze deludenti e poi chiudersi a riccio, è un qualcosa che i nostri ragazzi sentono bruciare come sale su una ferita fresca.
Mentre in questa serie il messaggio che potrebbe passare è quello di pensare a tutelare se stessi guardandosi bene dal dare fiducia, sarebbe importante e arricchente ampliare il discorso con i nostri ragazzi magari proponendo esperienze personali o altri stimoli che possano bilanciare il messaggio reale ma parziale che Squid Game presenta.
Giunti a questo punto si innestano gli insidiosi temi del Bene e del Male, del Senso di Colpa e dei Paradossi:
Nella serie c’è un continuo mutamento di ruoli attribuiti e subiti e una costante riformulazione dei concetti di bene e male, buoni e cattivi, giusto e sbagliato.
I personaggi che si approcciano allo Squid Game partono sentendosi in difetto, credendo di aver subito ingiustizie o di essersele procurate da soli per sbaglio, eppure anche nel gioco motivato dalla rivalsa e che sperano li aiuti a emanciparsi dai panni scomodi che stanno vestendo, trovano schemi che li spingono a fare cose che non avrebbero voluto o creduto di poter fare…
Chi si presenta e si percepisce come moralmente giusto si ritrova ad ingannare un anziano malato, chi viene trattato da amico si ritrova a decretare la morte di chi lo tratta come tale, chi ha vissuto sempre per sé alla fine da la vita per salvare una persona con cui è appena entrata in empatia, si vedono morti ammazzati a cadenza di ore ma la morte di una determinata persona pare per alcuni più assurda, ingiusta o intollerabile delle decine di morti precedenti.
Tutto accelera e si arresta in modo paradossale rimaneggiando il concetto di morale grazie o a causa della nuova prospettiva che un determinato personaggio si trova a vivere.
Quanto di questo descrive a pennello il mondo vissuto da un adolescente?!
Grandi passioni, travolgenti e totalitarie messe da parte dall’oggi al domani per quella successiva, giudizi arroccati su cosa sia giusto e buono e cosa estremamente sbagliato e negativo che lentamente e grazie alle esperienze lasciano il posto alla nuova consapevolezza di come non ci sia quasi nulla di totalmente giusto o sbagliato poiché finchè non lo si vive sulla propria pelle non si può mai sapere con certezza che effetto susciterà in ognuno.
Ad ogni nuovo barlume di consapevolezza quanti nuovi interrogativi, ripensamenti, dispiaceri o “alleggerimenti morali” possono corrispondere?!
Ecco quindi come anche questi temi proposti da Squid Game, delicatissimi perché intrecciati profondamente nel periodo di vita adolescenziale, potrebbero essere ottimi spunti di crescita ed autoascolto per ragazzi, sempre però se mediati da adulti che hanno già messo mano con consapevolezza a questa matassa intricata di vissuti emotivi e concetti complessi.
E’ vero che tutto cambia e a volte magari anche molto velocemente, è però altrettanto vero che gli esseri umani non sono banderuole al vento e possono sviluppare bene la propria adattabilità e resilienza crescendo soprattutto grazie a modelli positivi a cui rifarsi che fungano loro da esempio.
Arrivati fino a qui non possiamo permetterci di tralasciare temi come il Valore della Vita e il Cinismo:
Nella serie i soldi rivestono un ruolo essenziale per ogni personaggio arrivando, a volte inconsapevolmente, ad occupare un posto prioritario; c’è chi ne ha tanti e non solo non sa che farsene, ma ne sente il peso come di un qualcosa capace di sottrarre il gusto della sorpresa e di quell’emozione che rende la vita degna di essere vissuta…
Poi c’è chi arranca a stento per sopravvivere e non riesce a darsi obiettivi perché sente di non avere mezzi e possibilità concrete per sostenerli.
Entrambe le posizioni percepiscono una mancanza la cui responsabilità, in un senso o nell’altro, è attribuita al denaro e in entrambe le posizioni è però anche presente la ricerca scriteriata di ciò che potrebbe imprimere valore alla vita rendendone degno il tempo passato a viverla.
I ricchi che cercano le emozioni pure e intense di quando erano bambini e i poveri cercano la spensieratezza del non doversi preoccupare costantemente di sopravvivere e del potersi concedere qualche piccola gioia… ma le relazioni dove sono?
C’è tantissima solitudine poiché questo continuo porre il proprio centro fuori da sé stessi attribuendo colpe, responsabilità e possibilità ad altro priva queste stesse persone della percezione di poter incidere attivamente sulla propria vita promuovendo il cambiamento che desidererebbero ma di cui hanno in uguale misura paura. Quindi i protagonisti paiono pensare “meglio puntare ad altro, aspettare per investire nelle relazioni con i figli, con i familiari, con amici…”
Intanto però il tempo passa inesorabilmente e si rischia di perdersi…
Quando si arriva a non avere prospettive e a giocarsi la vita stessa che valore le si sta dando? Se è l’ultima ed unica “merce di valore” che rimane, quanto può essere libera e soppesata la scelta di metterla sul piatto e che valore si arriva ad attribuire a quella altrui da questa prospettiva?
Riusciamo a immaginare quanto possa essere profonda e spinosa una riflessione su questi temi fatta da un adolescente dopo aver visto Squid Game?
Anche per questo tema la serie offre spunti interessanti e in potenza molto arricchenti che però andrebbero ampliati e contestualizzati per poterne godere senza il rischio di scivolare vittima del cinismo.
Pesiamo ad esempio ai moderni cantanti di musica Trap i cui argomenti principali dei brani sono ricchezza, droghe e donne (presentate come oggetto) e a quanta presa stanno avendo sugli adolescenti… senza voler dare giudizi su una forma di espressione artistica, sarebbe quantomeno opportuno evitare che rimanesse la sola o prevalente lettura di realtà sul campo prospettico dei nostri ragazzi.
E’ possibile vivere bene e onestamente senza voler o dover fare cose eclatanti, è possibile prendere ad esempio modelli della vita quotidiana oltre che da un “panorama elitario” e a prescindere dal modello a cui si fa riferimento, è possibile godere anche delle “piccole cose”, di quegli attimi di serenità fugace che sono presenti in ogni vita vissuta con la consapevolezza di chi si è e di cosa si sta vivendo in quel determinato momento presente.
Ed eccoci arrivare in volata verso il tema che mi piace porre come conclusivo a questa riflessione, quello della Responsabilità:
In Squid Game questo argomento appare forse marginale emergendo soprattutto verso le puntate finali, ritengo però possa fungere da interessante “volano di resilienza”.
Il protagonista della storia infatti, andato alla deriva come uomo ferito e distrutto dall’aver perso ingiustamente il lavoro, diviene figlio e padre irresponsabile per poi toccare il fondo e decidere di giocarsi la vita allo Squid Game.
Uscendo dal gioco come unico sopravvissuto è però nuovamente distrutto poiché non trova il senso a tutto il dolore e la morte vissuti e non si concede nemmeno di usare per rialzarsi l’enorme somma di denaro vinta.
A questo punto, stimolato dall’ennesimo accadimento paradossale, qualcosa pare sbloccarsi in lui; la conversazione con l’anziano che lui stesso credeva di aver fatto uccidere nel gioco e che si rivela l’ideatore e organizzatore dello Squid Game lo aiuta, forzandogli nuovamente la mano, a cominciare a mettere ordine dentro sé stesso, a trovare una motivazione per cui valga la pena continuare a vivere e non solamente a sopravvivere.
Il vecchio signore è in punto di morte a causa di un male incurabile e decide di contattare il protagonista per “convertirlo” alla propria visione cinica del mondo e divertirsi nuovamente con lui grazie ad un’ultima scommessa: aspettare la mezzanotte e vedere se un senzatetto, per strada sotto la finestra da cui stanno guardando, morirà per il freddo oppure verrà salvato da qualche passante.
Il protagonista, da “guscio vuoto” e in balia del proprio dolore, pare riprendersi per lo sdegno e l’incredulità, questa volta decide di scommettere sul genere umano che vorrebbe abitasse il mondo, scommette che il senzatetto verrà salvato proprio per dimostrare all’anziano disilluso che si sbaglia, che non tutte le persone sono ciniche, violente ed egoiste nel profondo, non tutti in situazioni estreme reagiscono agendo solamente per sé stessi.
Entro la mezzanotte un passante riesce a far soccorrere e salvare il senzatetto e il protagonista si anima di nuova speranza e motivazione anche se, per beffa del destino, non fa in tempo a confrontarsi con l’anziano che muore pochi istanti prima di vedere disconfermata almeno in parte la sua visione del mondo e di chi lo abita.
Da questo momento il protagonista pare avere compreso qualcosa di importante, anzi di fondamentale per la propria vita; si riabilita tornando a prendersi cura di sé, cerca di onorare la memoria di alcuni compagni di gioco morti esaudendo alcuni loro desideri espressi o intuiti, riallaccia i rapporti con la figlia tentando di coltivarli in modo più consapevole e onesto e quando intravede l’opportunità di provare a bloccare un nuovo ciclo di reclutamento per il successivo Squid Game si attiva senza pensarci due volte.
La serie tv si interrompe qui lasciando molti interrogativi e l’opportunità di un seguito, la cosa interessante che emerge però mi pare sia proprio il cambiamento avvenuto nel protagonista, quel percorso che da persona a pezzi, che attribuisce colpe e meriti sempre ad altri, riesce a ricostruirsi sentendosi motivato dalla responsabilità verso gli altri. Lui ha subito la vita e il brutale Squid Game e visto che sa cosa si prova prima, durante e dopo, sente di doversi opporre alla possibilità che altri passino per quelle assurde sofferenze che lui stesso ha provato.
Dal pensare solo a sé stesso con sfiducia nelle persone e senza riuscire a trovare successo ne soddisfazione passa a ritenere che ogni vita abbia un valore a prescindere e a fare della tutela di queste, per quanto sia nelle sue possibilità, la sua priorità di vita in quel preciso momento.
Questo è sicuramente un argomento difficile da metabolizzare per un adolescente che giustamente sta facendo le prime esperienze di vita segnanti e tende a concentrarsi sul proprio mondo interno da scoprire, costruire e gestire, credo però potrebbe restare come una buona “pulce nell’orecchio” che, metabolizzata in tempi differenti a seconda del proprio percorso di crescita, lascerebbe comunque disponibile una prospettiva positiva di cura e attenzione verso l’altro di cui mi pare ci sia sempre più bisogno.
In sostanza, qualora si dovesse venire a conoscenza di adolescenti a noi vicini che abbiano visto programmi come Squid Game o qualora glieli si volesse proporre (sempre se maggiori di 14 anni), ritengo sarebbe opportuno imbastire con loro un dialogo che possa fungere da “depuratore concettuale ed emotivo” in modo da poterli accompagnare, proprio come in una consulenza, nell’elaborazione dei contenuti e dei messaggi smussando, contestualizzando o ampliando gli stimoli proposti, così da poterli utilizzare per costruire ponti sui quali maturare ed evitare che diventino buche nelle quali rimanere feriti o intrappolati.
Francesco Rossi Consulente Supervisore A.I.C.C.e.F e Docente Formatore dell’Associazione “Centro Dentro” di Bologna.


