“Squid Game” o “Gioco del Calamaro” è il titolo della serie televisiva sud-coreana distribuita dalla piattaforma streaming Netflix che di recente ha fatto molto discutere.
Il dibattito in Italia si è acceso dopo alcuni casi in cui alunni di scuole dell’infanzia e di scuola primaria hanno messo in scena rappresentazioni di vicende violente viste e copiate da questo programma.
Ora, posto che la serie televisiva in questione è stata considerata e divulgata come vietata ai minori di 14 anni, valutando cioè che i contenuti li rappresentati potrebbero turbare persone minori di quell’età con intensità variabile sia a breve che a lungo termine, ad un’analisi più approfondita, il punto nodale su cui riflettere potrebbe essere altro…
Cosa turba in Squid Game? Chi? e Come mai?
La risposta veloce, più superficiale e per cui si è fatto rumore è stata “la violenza esplicita esposta ai minori” ma siamo proprio sicuri che altri film, cartoni animati o programmi fruibili in televisione e in rete non siano assimilabili per contenuti violenti a quello in questione?
Ebbene no! Tale livello di violenza è purtroppo alla mercé di chiunque sia in grado di muoversi agilmente in rete, quindi anche dei nostri ragazzini.
Le domande che mi sono posto io quando ho visto questo programma, lo ammetto, mosso dalla curiosità di farmi una mia posizione sul dibattito pedagogico e psicologico attuale in merito, sono state le seguenti:
1) Ho attivo il “Parenatal Control” su Netflix? Se si, questi filtri impedirebbero ai miei figli di 10 e 8 anni di arrivare a vedere questo programma?
2) Vietato ai minori di 14? E dopo?
3) La violenza è il vero focus su cui dibattere o lo “specchietto per le allodole”?
Le risposte che mi sono dato, fortunatamente, sono riuscite a rasserenarmi…
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- Ho il “Parental Control” attivo su Netflix, devo dire solo grazie a mia moglie! Io non ci avevo ancora pensato. Purtroppo però il Parental Control potrebbe essere aggirabile, perciò, non trovando i contenuti ricercati i bimbi potrebbero a furia di tentativi imbattersi e riuscire ad entrare nel profilo adulti accedendo così anche a contenuti a loro non adatti. Fortunatamente il dialogo impostato in famiglia e le regole condivise di utilizzo dei vari device, almeno per ora, ci permettono un livello di fiducia reciproca tale per cui, se i bimbi non trovano ciò che cercano, chiedono aiuto a noi genitori anziché azzardarsi in territori che sanno essere potenzialmente pericolosi (vedi discorsi fatti in svariate occasioni su brutti sogni, paure, ecc…).
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- Personalmente, inoltre, ritengo che anche dopo i 14 anni sarebbe importante che un adulto affiancasse un ragazzo nella visione di programmi come Squid Game, questo perché qui la violenza è solo la “punta dell’iceberg”. Ciò che questa muove e la complessità degli altri contenuti presenti non può essere gestita in modo costruttivo senza un aiuto nell’elaborazione di quanto “risuona” in noi… in tutti noi! Ecco quindi che guardare assieme ai ragazzi, quantomeno quattordicenni si intende, questo programma e poi parlarne assieme condividendone i “vissuti personali” ne potrebbe disinnescare, almeno in parte, il potenziale nocivo e potrebbe anche stimolare prese di coscienza e maturazioni concettuali arricchenti.
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- La mia sensazione è che la violenza in questa serie-tv non sia il focus su cui discutere, bensì il mezzo scelto dal suo creatore per suscitare l’impatto necessario a creare una breccia, breccia attraverso cui veicolare altri contenuti che fra poco andremo a vedere assieme.
In Squid Game, 456 persone molto diverse fra loro hanno un elemento in comune: tutte hanno problemi economici insanabili che, anche se dovuti alle più svariate motivazioni dei loro intrecci di vite, li spingono ai margini della società e gli impediscono di avere anche solo la speranza di rialzarsi.
Queste persone sentendosi profondamente scontente, disperate e percependosi fuori posto, decidono, mosse dalla convinzione di non aver più nulla da perdere, di accettare di partecipare ad un gioco misterioso che potrebbe sanare i loro debiti e “risanare” le loro vite in frantumi poiché la somma in palio per i vincitori sarà di 45,6 milioni di won (circa 33 milioni di euro).
Trasportati in un luogo sconosciuto da narcotizzati, spogliati dei propri scarni averi e vestiti con una tuta uguale per tutti la cui unica differenza consiste nel numero assegnato ad ogni partecipante per differenziarlo dagli altri, i 456 che hanno accettato volontariamente di partecipare al gioco si ritrovano davanti a guardie armate e mascherate che gestiscono il gioco e ne esplicitano tre semplici clausole:
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- Il giocatore non può lasciare il gioco.
- Se rifiuta di giocare il giocatore è eliminato.
- I giochi possono finire se la maggioranza è d’accordo.
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Tutti firmano il contratto e cominciano una competizione composta da 6 giochi.
Il primo è “Un, due, tre, stella”, c’è un timer che da un tempo limite entro cui superare la linea di traguardo dalla parte opposta del campo in cui si trovano; quando un grande robot a forma di bambina si gira per eseguire la conta i giocatori possono muoversi, finita la conta devono immobilizzarsi, se saranno colti in movimento dal robot quando si sarà girato saranno eliminati… Qui il significato della parola eliminato acquista un’accezione inaspettata: chi viene colto in movimento e quindi eliminato, viene giustiziato all’istante da un colpo di fucile alla testa.
Seguono ovviamente il panico e una spietata carneficina poiché chi si muove a conta non ricominciata, infrage la regola del gioco e viene subito ucciso.
Alla fine di questo primo gioco rimangono in vita solo 201 partecipanti dei 456 iniziali, tutti consci del fatto che stanno mettendo in palio le loro stesse vite a fronte di un’ipotetica enorme somma di denaro, decidono di fare appello alla terza clausola del contratto di gioco e indicono una votazione per interrompere il tutto; perché ciò accada serve la maggioranza ma il risultato non pare per nulla scontato.
Ecco il primo livello di immersione nei contenuti della serie…
Alla votazione per far cessare il gioco e quindi salvarsi tutti, 100 su 201 partecipanti scelgono di continuare a rischiare la propria vita per denaro, o meglio per la possibilità di emancipazione da una vita ritenuta insopportabile che pensano quel denaro potrebbe dargli.
La maggioranza determinata, pare fortuitamente, da un anziano malato di tumore al cervello, vota per far cessare il gioco e rimanda tutti alla propria logorante routine.
Dopo qualche tempo, a tutti i 201 partecipanti usciti volontariamente dal gioco viene proposto di rientrarvi nuovamente, ora però anche consci di come la competizione sia potenzialmente mortale e del fatto che rimangono altri 5 giochi da superare.
Ecco il secondo livello di immersione nei contenuti della serie…
Delle 201 persone contattate, solo 14 scelgono di non ripresentarsi a giocare.
187 persone, per motivi personali e diversissimi fra loro, scelgono di tornare a rischiare.
Cosa spinge ogni personaggio a mettere in palio nuovamente la propria vita?
Ho aspettato diversi giorni riflettendoci su in modo che la risposta maturasse in me… ebbene, io credo che ogni personaggio abbia valutato diversi elementi fra cui:
La più superficiale speranza di vittoria del denaro;
La possibilità irrazionale di dimostrare quanto vale come individuo in giochi sconosciuti a gente misteriosa e soprattutto a sé stesso;
Infine la motivazione più profonda, il desiderio innato e prepotente di equità e giustizia.
Ciò che fa breccia, in fondo, pare sia il fatto di avere finalmente le stesse possibilità di riuscita di tutti gli altri e di essere giudicati tutti allo stesso modo, almeno nel gioco… in pratica le condizioni di vita che nella società e nel mondo in cui vivono gli sono state negate e probabilmente continuerebbero ad esserlo anche in futuro.
Le regole della competizione e dei vari giochi appaiono poche, chiare e si aggiungono in progressione; la violenza è permessa solo nei momenti al di fuori dei giochi veri e propri, sono concesse alleanze o collaborazioni ma non è concesso imbrogliare, infatti, se colti sul fatto si viene eliminati/uccisi senza possibilità di farla franca.
Non conta chi si è, da dove si viene, cosa si è fatto o chi si conosce, conta solo quello che si può mettere in campo di proprio nel gioco e se sarà sufficiente a salvarti la vita.
Ecco il terzo livello di immersione nei contenuti della serie…
Scegliere di mettersi in condizioni estreme, con le spalle al muro, per obbligarsi a dimostrare, soprattutto a sé stessi, che si vale ancora qualcosa.
Preferire direttività e imposizioni esterne ed estreme perché nella gestione autonoma della libertà, nelle “maglie larghe” della vita, non si riesce a vivere, anzi, si sopravvive a stento.
Mi sembra di sentire il rimuginio interno di molti personaggi che pare si dicano:
“Se proprio devo lottare per la sopravvivenza e il mio riscatto, allora che qualcosa mi impedisca compromessi e vie di fuga! O emergerà quanto valgo, oppure cesseranno finalmente le mie sofferenze!”.
Ecco il quarto livello di immersione nei contenuti della serie…
Situazioni estreme suscitano risposte estreme e il valore che i personaggi sperano di risvegliare in loro stessi è obbligato a confrontarsi con costanti scelte morali, scelte che a volte rivelano ciò che si è sempre stati, a volte invece trasformano segnando per sempre chi si è.
A questo livello è interessante e straziante vedere come la crudeltà del format di gioco sia appositamente pensata per spingere, aggiungendo nuove condizioni a sorpresa, verso scelte sempre più estreme.
Le tentazioni sono fortissime, la voglia di vivere è intensa quanto il significato di cui si è ancora in grado di riempirla e il fragile equilibrio che spezza quasi tutti è costantemente messo in discussione dalla domanda emergente:
“Se mi salvo divenendo un mostro, che senso avrà tutto ciò? Giudicherò ancora di valore ciò che sarà rimasto di me nonostante la vittoria?”
Ecco il quinto livello di immersione nei contenuti della serie…
Prima o poi chi guarda questo programma si domanda: “ok, ma perché mai chi ha concepito questa competizione all’interno della storia l’avrà fatto? Violenza, crimine, disumanizzazione… tutto per denaro solamente?”
La spiegazione arriva volutamente verso la fine.
Un gruppo di uomini ricchissimi capisce di aver perso il gusto di vivere, comprende come la possibilità data dall’eccesso di denaro di non avere limiti e problemi li abbia privati della capacità di assaporare il proprio tempo e ciò che si fa con esso.
L’ideatore e promotore del format “Squid Game” andando indietro nella propria memoria capisce che le sensazioni di libertà e gioia che ricerca sono quelle che provava quando era bambino e faceva tradizionali giochi popolari con gli amichetti del quartiere, così concepisce un gioco in cui avvicinare le due lame della forbice sociale che, secondo lui, tolgono il gusto di vivere alle persone… troppa ricchezza e troppa povertà.
Facile si pensa, i ricchissimi guardano e scommettono denaro per avere un brivido mentre i poveri rischiano la vita a giochi tradizionali per bambini… invece no, è proprio l’ideatore che con coerenza al proprio sentire entra lui stesso nel format come giocatore per ridare senso al proprio tempo e tornare a gioire e divertirsi prima di morire.
Ecco il sesto livello di immersione nei contenuti della serie…
Quando si perde o si modifica drasticamente la scala di priorità che da valore alle cose della vita, che posto va ad occupare la moralità e la conseguente fiducia nel prossimo?
In un dialogo intenso quanto svolto su piani di pensiero e linguaggi distanti anni luce, il vincitore dello “Squid Game”, depresso, distrutto dall’esperienza e in povertà poiché si rifiuta di attingere al denaro sporco di sangue che ha vinto, viene contattato dal creatore del format che vuole ringraziarlo per averlo fatto divertire.
Questo, inoltre, volendo “aprirgli gli occhi” alla sua visione del mondo gli propone un’ultima scommessa…
Nevica ed è tarda sera, guardando da una finestra del palazzo in cui si trovano si vede per strada un uomo ubriaco a terra e il creatore del gioco scommette che nessuna persona si fermerà a soccorrerlo entro la mezzanotte e cioè prima che il freddo lo uccida. Questo sottointendendo la propria posizione, cioè come le persone siano egoiste e brutali, proprio come si rivelano in maggioranza nel suo format di gioco.
Il vincitore invece, pare svegliarsi dal proprio torpore, senza nemmeno pensarci scommette nuovamente tutto sul fatto che quell’uomo verrà salvato. Questa volta non è l’incoscienza a guidarlo, l’individuo di adesso ha una consapevolezza molto diversa dall’inizio della serie e sceglie non per sopravvivenza, bensì per fiducia nell’umanità… per la necessità di credere che il mondo in cui continuerà a vivere possa essere effettivamente migliore.
Personalmente io qui mi “sfregavo le mani” con la mia soluzione… la scommessa non dava vincoli precisi e il mio primo pensiero è stato: “fossi li, correrei subito in strada io stesso a salvare l’uomo a terra!” vincendo la scommessa e agendo una scelta che imprima il cambiamento che vorrei vedere nel mondo.
Invece no… dobbiamo aspettare a fatica, con pazienza, fino all’ultimo minuto per vedere il riscatto dell’umanità ad opera di un passante qualunque, per vedere una scommessa vinta anche se a metà, poiché il creatore del gioco pare morire proprio un istante prima di poter vedere quanto si sbagliava.
Per quanto possa essere difficile da accettare è perfetto così… nessuno si salva o salva nessun’altro da solo, c’è un estremo bisogno di fiducia nelle persone e nel potenziale positivo e costruttivo che portano con sé e bisogna anche imparare a lasciarlo emergere spontaneamente.
Proprio questo permette al vincitore di ricominciare a vivere e a riempire di nuovi significati e nuovo senso la propria vita, un po’ come accade in un fruttuoso percorso di consulenza.
Ecco il settimo ed ultimo livello di immersione nei contenuti della serie…
Perso tutto e tutti rimaniamo solo noi stessi.
Ritrovati noi stessi, che responsabilità abbiamo verso chi siamo e il mondo in cui abbiamo scelto di continuare a vivere?
Qui la serie-tv apre giustamente a molteplici scenari… il vincitore dello “Squid Game” pare essersi ritrovato, sembra aver rimesso in ordine la propria vita avendo fatto chiarezza sulle proprie priorità, usando il denaro vinto per cercare di fare del bene e quando sta per recuperare i rapporti con sua figlia, individua una persona che lo aveva invitato allo “Squid Game” la prima volta.
Gli si presenta l’occasione di tentare (non si sa bene ancora come) di fermare l’efferatezza del format di gioco che lo ha visto unico sopravvissuto fra 456 persone.
A questo punto la fiducia nel prossimo diviene anche presa di responsabilità…
Se non lui che ora è ricchissimo e ha fondi pressoché illimitati, se non lui che è sopravvissuto e è ha conoscenza di diverse informazioni rispetto al gioco e al gruppo di persone che lo gestisce, se non lui che ha toccato il fondo come chi partecipa al gioco e ha risignificato la propria vita senza divenire un mostro, chi potrebbe opporsi alle crudeltà del pensiero dietro al gioco stesso?
Se non ci provasse nemmeno, forse, tornerebbe il padre irresponsabile che le scelte della vita precedente lo avevano portato ad essere.
Allora anche se a malincuore, per essere la persona che ha scelto di essere e il padre che desidera per sua figlia, non gli resta che alzare ulteriormente i propri obiettivi e provare a contribuire a migliorare attivamente il mondo in cui ha così tenacemente scelto di continuare vivere.
Ogni livello potrebbe essere ulteriormente approfondito, almeno per ora, però credo possa bastare così…
Tornando alle nostre domande di partenza, quindi… Cosa turba in Squid Game? Chi? e Come mai?
Beh, credo che ogni livello di immersione nei contenuti dovrebbe turbare ognuno di noi, proprio perché induce delle riflessioni rispetto il toccare corde così sensibili all’interno delle persone che potrebbero far crescere o “corrompere” ogni essere umano.
Perché vedere “Squid Game” quindi?
Perché, seppure con scene crude e di impatto, offre notevoli spunti di riflessione sulla società attuale, i disagi che ne possono derivare e su come ognuno di noi può avere ampi margini di degrado e di crescita, a seconda dei livelli di immersione a cui si tende, a quelli cui si arriva e a come ci si approccia agli stessi.
Francesco Rossi Consulente A.I.C.C.e.F di Bologna.


